Il Pensionatico


Già nel 917 d.C. con una donazione di territori fatta dall’ Imperatore Berengario al Vescovo di Padova, sono documentati  legami economico pastorali tra la pianura e l’Altopiano dei Sette Comuni. Si trattava in particolare di diritti di pascolo confermati successivamente sia dagli Scaligeri di Verona che dalla Repubblica Veneta.


Ma più che in altri tempi allora vie maggiormente si diffuse e si raffermò il diritto del pascolo che i barbari a guisa di traripato torrente innondarono l’italiane contrade. - Perchè rimanendo negletta la patria agricoltura prese ardimento la pastorizia, e la pensione che in molti luoghi era corrisposta all’ erario si tenne anche dai barbari quale fonte di buona ricchezza. E fu appunto in quei ‘tempi che il diritto del pascolo detto fino allora jus pecoris pascendi od anche solo jus pascendi prese il nome di pensionatico. Ed in fatti poche furono le parole latine che a quei giorni non si facessero suonare con barbarica desinenza e ritenuto il primitivo vocabolo non terminassero in atico.

(Giampaolo Dr. Tolomei –Venezia 1842)


Deriva originariamente dal termine cimbro “bisennaghen” , pascere il prato.

Venne definito “quel diritto che taluno ha di far pascere il verno, entro certo spazio detto posta le pecore del piano o del monte, in sui fondi altrui, anche a dispetto del

possessore di questi.”

In pratica era una servitù su una proprietà fondiaria, dove entravano in gioco tre persone ognuna titolare di un diritto antagonista a quello degli altri due:  il proprietario del fondo, il titolare del diritto di pascolo e il pastore.


Il titolare del diritto era di solito,  la chiesa o il monastero della zona, un comune o una famiglia nobiliare ; e il pastore affittava il terreno dal possessore legittimo.

Quando un terreno veniva gravato del diritto di pensionatico diveniva una posta, e doveva contenere un numero prestabilito di pecore.


Probabilmente questa forma di duplice proprietà su un fondo fu introdotta dalla Repubblica Veneta. L’8 giugno 1765 il Pensionatico ricevette per la prima volta una regolamentazione legale ristrettiva per le pecore transumanti, dando la preferenza alle pecore terriere (di campagna) e solo quando queste fossero state in numero inferiore alla soffribilità delle poste, potevano essere ospitate quelle montane dei Sette Comuni ì, sempre che tale ospitalità fosse stata consuetudinaria in precedenza. La terminazione stabiliva che l’entrata alle poste non avvenisse prima del giorno di San Michele (29 settembre) e non si protraesse oltre quello della Madonna (25 marzo). Il gregge non doveva contenere bestia a corna, né capre o suini e massimo due animali da soma. Questa consuetudine che durò però praticamente invariata dai primi anni del 1400 fino alla definitiva abolizione nel 1860.  


Suona spesso sulle labbra de’ nostri agricoltori, de‘ politici e degli economisti la voce pensionatico o posta delle pecore, ma per tutti non suona la medesima cosa. Chi lo vuole un abuso inveterato in onta alle leggi; chi lo guarda come consuetudine oggimai interrotta; chi lo dice un diritto feudale abolito; chi un diritto regale avocato allo stato; e chi finalmente non vede in esso che una mera servitù. Però nella tanta varietà delle opinioni che cagionano liti frequenti, disparati giudizii e conflitti di giurisdizione, il pensionatico sussiste tuttavia, ad ogni anno dai 29 settembre o tutt’ al più dai 16 ottobre fino ai 25 del marzo i nostri comuni ne’ quali si esercita devono tollerare che pecore o del piano o del monte, dette altrimenti terriere e montane, pasturino i prati non chiusi ed i campi non seminati.

(Giampaolo Dr. Tolomei –Venezia 1842)

Tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C. vennero attuate tre grandi centuriazioni intorno a Padova per garantire adeguate superfici per la messa a coltura di vaste zone. Attraverso l'organizzazione agraria, del territorio il terreno veniva diviso in centurie, quadrati di circa 710 metri di lato, da ripartire in poderi destinati ai coloni, spesso legionari romani in congedo.

Questo portò a creare spazi per la coltivazione intensiva che male si conciliavano con le esigenze dell’allevamento ovino; relegando le greggi nelle aree marginali come argini di fiumi, aree collinari, zone di riviera; oppure, come riporta Catone, già in quel periodo le greggi che passavano l’inverno in pianura dovevano pascolare solo su fondi affittati dagli agricoltori.


Proprio per questa evoluzione nella gestione delle zone di pascolo i trasferimenti stagionali delle grandi greggi, attraverso le vie di comunicazione che congiungevano la pianura e le zone lagunari con i primi rilievi prealpini, si fecero via via sempre più importanti.


La principale, correva in parte sulla sommità e in parte alla base dell’argine del fiume Brenta, costruito proprio in età imperiale. Conosciuta ancora oggi col nome di “Arzeron della Regina” o via della lana, collegava Padova alle Prealpi Vicentine, poi verso Asiago e la piana di Marcesina.


Bonetto J. 1997. “Le vie armentarie tra Patavium e la montagna.”. Dosson (Tv).   



La Transumanza

La pastorizia di tipo transumante dal latino trans e humus,” passare da una terra all’altra” è  identificata come lo spostamento stagionale, primaverile ed autunnale; tra  pascoli stabili ben identificati e definiti, di norma tramandati per tradizione familiare di padre in figlio.

Figura essenziale della transumanza è il pastore, pastor-ovis, colui che conduce al pascolo e sorveglia le pecore.

Oggi come allora si posso individuare due “metodologie” di transumanza divise in  “pastorizia vagante” e “pastorizia semi-stanziale.


La transumanza con “pastorizia vagante” oggi è tipica delle greggi di grandi dimensioni > 1000 capi da lana o da carne come le “Biellesi” e le “Bergamasche”. Un tempo la razza Foza; le greggi erano molto più numerose ma con numero minore di capi (<50 a 200 pecore). 


Nella stagione invernale, solitamente dopo il giorno di San Matteo (21 settembre) i pastori con il loro gregge  scendono dai monti e si spostano lungo gli argini dei fiumi e attraversano la campagna su antichi percorsi, stazionando in “poste” temporanee in zone adatte al pascolo lungo il cammino; spesso senza mai fare riferimento ad una abitazione o a un ricovero, se non temporaneo.   


In primavera; storicamente dal giorno di San Marco (25 aprile); ritornano in montagna, esclusivamente a piedi, spostandosi di giorno in giorno su pascoli noti lungo la via di avvicinamento al pascolo “fisso” estivo della malga d’alpeggio.


La pastorizia “semi-stanziale” è invece legata alle minori dimensioni del gregge, formato da ovini da latte;      (< 1000, ma solitamente non superiore ai 500/600 capi di ovini da latte).

In particolare razze come la “Massese”, la “Comisana”e nel centro-sud Italia la “Sarda”.

Dovendo mungere gli animali a mano, due volte al giorno, questo tipo di allevamento rimane in zone di pascolo vicine all’azienda.

In estate avviene, anche in questo caso, la transumanza verso le montagne dell’Altipiano, a piedi una volta, oggi sempre più spesso con automezzi.

Il gregge rimane al pascolo della malga normalmente per 3 mesi fino al 21 settembre per poi ritornare, su automezzi all’azienda di pianura a pascolare le zone limitrofe.

La transumanza si basa su 4 capisaldi:

  1. la proprietà del gregge

  2. lo sfruttamento diretto dello stesso

  3. il cambio tra 2 sedi note in determinati periodi dell’anno

  4. l’orientamento verso l’economia di mercato


Fin dai tempi più antichi prosperò l'attività dell'allevamento delle pecore, in grado di assicurare un buon reddito ai pastori.


La lana dei greggi veniva venduta ai commercianti e portata alle nascenti industrie laniere vicentine.

Nell’immaginario collettivo infatti non è chiara l’esatta dimensione della ricchezza prodotta in questi allevamenti, soprattutto in quelli vaganti, normalmente associati ad un certo livello di povertà dovuta alle più evidenti caratteristiche di vita marginale e molto semplice degli stessi pastori.


Pecore, Pastori e l’Altopiano oggi.

Nella metà del  mese di giugno (il giorno 21; salvo deroghe derivanti dalla consistenza del manto erboso) il pastore può raggiungere la malga che dopo aver vinto l’asta gli è stata assegnata; usufruendo delle strutture presenti nella malga; come la casara, la sala mungitura, la stalla ecc…

Rimane qui tutta l’estate, lasciando gli animali al pascolo semi-brado, solitamente nelle zone più a nord dell’Altopiano, dove i pascoli rocciosi e scoscesi sono più adatti agli ovini, rispetto ai bovini. La vecchia razza Foza, dagli anni ‘60 è stata completamente sostituita da altre razze ovine rustiche. In particolare da incroci tra le razze Biellese  e quella Bergamasca, avendo basse necessità alimentari  sono molto adatte ai continui spostamenti e entrambe assicurano un buon adattamento ad un pascolo di tipo vagante.

Tali razze essendo state selezionate come tipi da carne offrono buone remunerazioni, venduta come agnello da latte o agnellone (circa 40 kg) i quali costituiscono la principale fonte di reddito in questo tipo di

allevamento; oppure con le femmine adulte a fine carriera.

Ogni gregge conta di un numero di animali variabile secondo la stagione e la presenza o meno dei nuovi nati, e tipo di allevamento, numero, a fini economici, però sempre abbondantemente sopra i 1000 capi nei greggi transumanti da “carne”. Le pecore si nutrono solo di quello che trovano al pascolo, anche quando questo non offre molto, il sale  è l’unica integrazione alimentare, utile per fornire agli animali i microelementi essenziali, indispensabili alla loro salute. Nel  gregge sono presenti circa una decina di arieti, per la monta interna.


Altri animali presenti all’interno del gregge sono le capre, buone produttrici di latte, presenti in numero molto variabile ma sempre legato al numero di ovini in modo di assicurare il latte agli agnelli che ne avessero bisogno, soprattutto nei frequenti parti gemellari.


Un paio d’asini servono per trasportare gli agnelli appena nati o non in grado di seguire il gregge, alcuni cavalli per il trasporto anche di oggetti e gli indispensabili cani, di solito 5 o 6 per controllare un gregge con circa 1000 animali.


I cani sono fondamentali sopra tutto nei grandi spostamenti, per impedire che il gregge si  disperda e per riordinare le pecore che prendono direzioni sbagliate.

Il fido “compagno” rimane sempre vicino al pastore per recepirne i comandi fatti di fischi, richiami verbali e/o gesti con le mani.


In settembre, dopo il giorno 21,San Matteo (anticamente alla fiera di Asiago i pastori intraprendevano rapporti commerciali con la popolazione)  riprende la transumanza verso la pianura, dato che il periodo di affitto della malga è terminato e le condizioni atmosferiche non sono più così ottimali per gli animali come in estate. Il pastore con il suo gregge comunque continua a stazionare nelle zone “basse” dell’Altopiano da cui anche il detto “ dopo San Mattio zè da partutto mio” solo l’arrivo delle prime nevicate, spingerà definitivamente il pastore in pianura seguendo dove ancora esistenti, sentieri che per secoli hanno visto il passaggio di pecore e pastori altopianesi.


Per tutti i mesi invernali i pastori si sposteranno attraverso confini invisibili senza intralciarsi gli uni con gli altri su terre e antichi sentieri, e come casa, ieri un riparo di fortuna, oggi il furgone attrezzato.



© Filippo Menegatti - 2013