La vita dei pastori


La vita dei pastori era quella di gente sempre in movimento con le pecore, i cani addestrati al controllo del gregge, alcune capre per l’alimentazione degli agnelli gemelli e qualche asino come bestia da soma per il trasporto dei nuovi nati e delle poche cose, fra cui il caliéro per la polenta. Gente abituata a dormire all’addiaccio o in ricoveri di fortuna durante i trasferimenti,  in stalle o in bicocche avute in affitto nella “posta” invernale, in tende o in piccoli bàiti di legno nelle zone di pascolo estivo. 

Talora la moglie e, di regola,  i figli seguivano il padre tralasciando la scuola.  Non era raro che per governare il gregge fossero presenti anche fratelli dei genitori e nonni. Il capofamiglia o il pastore più anziano prendeva le decisioni importanti. Egli disponeva l’acquisto di nuovi capi, la vendita del bestiame e della lana  e stipulava contratti per l’uso dei pascoli estivi e delle “poste” invernali. Tranne i bambini in tenera età,  tutto il gruppo familiare aiutava nell’attività pastorale.

I figli erano di valido aiuto nella sorveglianza del gregge, come le donne, che badavano inoltre a preparare il cibo e si  occupavano del vestiario

L’alimentazione era a base di polenta, accompagnata da latte, formaggio o altro companatico barattato sul posto. Raramente si consumava la carne secca (affumicata), prodotta in proprio. Le vesti erano comode e calde, confezionate con la lana delle stesse pecore, come il tabàro un ampio mantello che diventava anche coperta per la notte. Scarponi pesanti e cappello di feltro completavano l’abbigliamento del pastore, unitamente all’ ombrello e al bastone ricurvo (bagoìna).

foto: pastori con treppiede


La convivenza dei pastori con le genti della pianura non fu sempre pacifica, soprattutto perché le popolazioni stanziali mal tolleravano i danni causati dal passaggio e dallo sconfinamento delle greggi nei campi coltivati o la prolungata permanenza in pianura dovuta al capriccioso andamento stagionale. Le liti e le controversie con i proprietari terrieri fornirono frequentemente lavoro ai magistrati. Sospetti e incomprensioni erano dovuti anche alla lingua usata dai pastori, l’antico dialetto bavarese comunemente definito”cimbro”. Nei contrasti, talvolta furibondi con i proprietari terrieri della pianura, i pastori si affidavano al loro rappresentante, che si adoperava per risolvere le controversie o tentare delle mediazioni.

Di solito era un pastore anziano, la cui autorevolezza era riconosciuta da tutti. A Foza si ricorda ancora  la figura dell’ultimo fiduciario Clemente Ceschi, uomo stimato da tutti i pastori dell’Altopiano.




© Francesca Rodeghiero - 2013