I prodotti della Pastorizia


Dalle due tosature annuali della pecora “Foza” si ottenevano 3’5 / 4,5 Kg di lana,  per una quantità valutabile fra i 2000 e i 4000 quintali nella sola montagna vicentina. Il ricavato dalla sua vendita costituiva per i pastori la parte principale del reddito. Questa lana fu assai richiesta attraverso i secoli dalle manifatture della pianura che,  tessendola, ottenevano panni di qualità media, assai robusti. Nel corso del 1700 la domanda di materia prima crebbe enormemente  soprattutto da parte dei lanifici sorti nei centri pedemontani di Schio e della Valle dell’Agno. Ciò aumentò gli sforzi dei pastori volti a migliorare la qualità della lana, e ne fece anche lievitare il prezzo del 30/40%.

Durante il secolo successivo, il prodotto non resse la concorrenza delle lane provenienti dall’estero e i pastori ricorsero ad incroci per giungere ad una più remunerativa produzione di carne (agnelli, castràdi). La conseguenza fu una minore qualità della lana, che trovò impiego prevalentemente nell’utilizzo  per il fabbisogno domestico e nell’imbottitura di coperte e materassi. Tuttavia, alcune tessitorie artigianali continuarono a servirsi delle nostre lane fino alla metà del 1900.

Un altro prodotto della pastorizia fu il formaggio pegorìn, usato dai pastori come cibo e dato come compenso per l’uso delle “poste” invernali. La caseificazione non produsse reddito per i pastori, ma le abilità acquisite nella lavorazione del formaggio pecorino furono alla base delle fortuna del formaggio “Asiago”, allorchè l’allevamento ovino fu sostituito da quello bovino.

Anche le pelli venivano utilizzate. Quelle delle pecore, seccate al sole, diventavano giaciglio per i pastori vaganti; conciate,  potevano fungere da coperta o da sacco a pelo. Quelle di capra, opportunamente trattate, diventavano otri per il trasporto del vino.

La presenza delle greggi assicurava inoltre alla Serenissima l’arricchimento delle terre destinate all’estrazione del salnitro, usato per fabbricare la polvere da sparo a partire dal 1500.




« Accertiamo con giovamento, noi sottoscritti, fabbricatori dei panni di Schio, come la

maggior parte delle lane delle fabbriche nostre, vengano prodotte dalle pecore dei Sette

Comuni sparse per lo stato, e sono lane perfettissime per la loro qualità cosicchè, mancando

dette lane, sarebbe grandemente pregiudicato e quasi distrutto il lanificio stesso.

In fede ».

Giobatta Carli di Asiago,  1711                           (Panciera, 2000)

        

Le lane delle pecore “fodate” non erano molto lunghe a causa delle due tosature.

Nel XVII e XVIII secolo, queste lane tosate due volte l’anno erano definite “tosette”.  Venivano vendute in velli, diversamente da altre – probabilmente tosate una sola volta all’anno – che venivano vendute a peso. Le “tosette”  si distinguevano in sopraffina, fina e ordinaria. Provenivano sia dall’Altopiano dei Sette Comuni, che dalla Lessinia, dove pure si era diffusa la pecora di razza “Foza”. Le pecore che davano questa lana venivano definite anche “montane” per distinguerle da quelle allevate in pianura, in particolare da quelle padovane. Nel tempo le pecore”montane” assunsero il nome della lana e furono definite anche esse “tosette”.




© Francesca Rodeghiero - 2013